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Lessico famigliare

Lessico famigliare

Quella di Tommaso è una storia lunga tre generazioni. Suo nonno era un commerciante che vendeva mobili nell’Italia del boom economico, in un paesino vicino Vicenza, Grisignano di Zocco (da un paese con questo nome non possono nascere storie banali).

Suo padre dava una mano in negozio già da bambino (come si usava allora, quando c’erano meno psicologi e più Maestri) e cosi imparava la grammatica della falegnameria: riconoscere i mobili ben costruiti, le caratteristiche dei legni, le tecniche di assemblaggio. Una volta prese in mano le redini dell’azienda la indirizza, con una curiosità trasmessa poi a suo figlio, verso nuove prospettive: il loro negozio vendeva i migliori mobilieri italiani, quelli che hanno fatto un pezzo di storia del design di arredamento.

Poi iniziano le prime produzioni proprie, ma soprattutto i viaggi all’estero, in particolare nel Sud-est asiatico, dove il papà di Tommaso scopre nuove essenze: legni con colori e profumi che sembrano impregnati delle spezie di quei paesi lontani e antiche tecniche di lavorazione che laggiù sopravvivevano per necessità, in mancanza di quella tecnologia che aveva trasformato l’industria manifatturiera italiana (ma messo in ginocchio la nostra grande tradizione artigianale).

Ci piace immaginare Tommaso, ragazzino sveglio e curioso, girare per gli spazi di quel grande negozio e ascoltare il padre che parla a un amico della scoperta del legno di tamarindo, dell’acacia tropicale e di incastri in legno antichi di mille anni, semplici ed eleganti come i popoli che li avevano inventati.

Il padre di Tommaso adesso nel sud est asiatico ci vive e ci lavora, curando parte della produzione del marchio Kuda Design lanciato nel frattempo da suo figlio Tommaso e da Marco, suo amico dalle scuole elementari.

Gli ingredienti di Kuda Design sono tutti qui: tradizioni familiari, passione per il lavoro ben fatto, amicizia, curiosità e ricerca.

Cosa rende eterni i vostri prodotti?

Il legno massello per noi è un ponte che unisce l’opera della natura all’opera dell’uomo. Usare pezzi di tronco per costruire i nostri mobili ci riporta a valori di cui oggi si parla molto: di come la natura vada utilizzata ma non piegata, dei tempi naturali che dettano i cicli vitali ma anche i tempi giusti di una buona lavorazione (entrambi, necessariamente, lenti); e, ancora, del tempo che segna le venature di un legno, e le caratteristiche di un mobile fatto per durare. Le cose semplici hanno vita lunga.

Comprare meno, comprare meglio?

I nostri mobili sono costruiti per durare e per essere trasmessi di generazione in generazione: le colle si deteriorano, gli incastri no. Non ingegnerizziamo il futuro smaltimento dei nostri prodotti, perché i nostri prodotti non dovranno mai essere smaltiti. Semmai, fra duecento anni, adattati ad altre funzioni d’uso. Forse anche per questo i disegni che ci vengono naturali sono lineari, archetipici.

Ci limitiamo ad assecondare la semplicità millenaria delle tecniche costruttive artigianali: io e Marco adoriamo il pop dello stile Memphis, ci inchiniamo davanti all’immagine di Sotsass… però poi produciamo cose cosi…

Anche il sapore vagamente nordico dei nostri mobili non è stata una scelta estetica, ma il naturale effetto di tecniche costruttive che, dal Nord Europa all’estremo Oriente, montavano il legno a incastro, senza chiodi, senza colle, con finiture a olio naturale su cui continuiamo a far ricerca.

Design contemporaneo?

Preferisco definirlo “Natural Design” e guardando i nostri pezzi è evidente che sia l’etichetta giusta, se è proprio necessario metterne una.

La nostra ricerca produttiva è diventata anche percorso culturale. Le tecniche artigianali del Sud-est asiatico ci hanno portato a riscoprire il grande artigianato ebanistico italiano, rasato da un’industrializzazione massiva che pare (speriamo) abbia fatto il suo tempo. E non è un caso che la nostra produzione, inizialmente dislocata dove nascono i legni che ci appassionano, oggi è in parte tornata in Italia…

La missione della vostra azienda?

Insegnare ad acquistare pochi pezzi, ma di valore. Il consumismo compulsivo non rovina solo il nostro pianeta, rende sterili i nostri cuori. E lavorare solo con giovani, under 30.

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